Jazz Agenda

Carlo Cammarella

Carlo Cammarella

Antonello Losacco presenta il disco Worlds Beyond al Duke Jazz Club di Bari

Giovedì 22 febbraio alle 21:00 il bassista e compositore Antonello Losacco presenterà il suo nuovo album “Worlds Beyond” presso il Duke Jazz Club di Bari, una delle più attive e prestigiose realtà musicali pugliesi e nazionali. Con lui sul palco Vitantonio Gasparro (vibrafono), Vito Tenzone (batteria) e special guest Roberto Ottaviano (sax soprano). Worlds Beyond è il secondo album dell’artista pugliese, prodotto da GleAM Records con il supporto di Puglia Sounds all’interno della “Programmazione Puglia Sounds Records 2023 e disponibile in CD e digital download/streaming distribuito da IRD International e Believe Digital. Ad ispirare le composizioni alcune suggestioni che affascinano l’autore: la percezione del tempo, le misteriose emozioni e sensazioni dietro uno sguardo, i mondi al di là della comprensione umana, indescrivibili a parole.Lo stile compositivo ha una forte componente descrittiva e si rifà a sonorità cinematiche, che si intrecciano con il jazz europeo e contemporaneo, mantenendo una spiccata vena melodica e una ricercatezza formale e timbrica negli arrangiamenti.

“I bassisti hanno una certa facilità di scrittura e molti fra loro (e non parlo solo di Jazz), sono autori intriganti e prolifici. Mi vengono in mente Steve Swallow, Avishai Cohen, ovviamente Dave Holland, e sconfinando Paul McCartney come Sting....Ho conosciuto Antonello in Conservatorio da quando, studente dei nostri corsi, si è distinto subito come strumentista provetto ma non solo. Quasi da subito la sua gestione del materiale compositivo si è rappresentata con una attenzione al dettaglio, al colore dettato dagli organici ed alla formulazione di strutture affatto scontate. Se già nel suo lavoro di esordio concentrandosi sul quartetto d'archi, croce e delizia di una certa produzione musicale, mostra di avere le idee chiare, in questa realizzazione attuale mette a punto una cifra definita che per qualità melodica e sospensione poetica, trova una sua matrice a cavallo tra un folklore immaginario (che già fu di un gruppo come gli Oregon), una visione onirica favolistica propria di un certo cantaurotato Canterburyano alla Caravan e di conseguenza alle formule ritmiche care alle atmosfere progressive sulla scia di gruppi come gli Hatfield & the North. Antonello quindi, per determinazione, ricerca puntigliosa e per coniugazione tra impatto emozionale ed imprevedibilità, si ritaglia un posto all'interno di un perimetro molto autorevole fatto di firme già attive da numerosi decenni.” Roberto Ottaviano

Info e prenotazioni
375.6923801 (preferibilmente tramite messaggio whatsapp)
Duke Jazz Club Bari c/o Il Pentagramma
Via Giannone 16/B, Bari

Ingresso
posto unico 15€
START h 21.00

A Sound in Common: quando il jazz mainstream si contamina con “Il nuovo”

A Sound in common è il primo disco del quartetto composto da Francesco Patti, Andrea Domenici, Giuseppe Cucchiara e Andrea Niccolai, recentemente uscito per l’etichetta GleAM Records. Un album in cui spicca la partecipazione di un colosso della musica come Peter Bernstein caratterizzato dall’amore per il jazz tradizionale ma anche per i linguaggi più moderni. Ecco il racconto della band a Jazz Agenda.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

“Dunque, ‘A sound in Common’ è stato registrato a New York nel novembre del 2022 ed è stata un’emozione unica poterlo registrare negli studi di Sear Sound che sono appunto tra i più importanti della città. Inoltre l’opportunità di registrare con un colosso come Peter Bernstein è stata come vivere un sogno. Peter è una persona meravigliosa che in poche ore ci ha illuminati, incoraggiandoci e facendoci sentire completamente a nostro agio. Come se lo conoscessimo da tanto tempo. Esperienza indimenticabile che ha sicuramente marcato notevolmente il nostro percorso.”

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

“Il quartetto nasce in una maniera abbastanza naturale. Essendo quasi tutti residenti nella grande mela, dopo qualche session casalinga, seguita sempre da grandi mangiate all’italiana, abbiamo deciso di allestire un piccolo tour estivo in Italia. Dopo quel tour, tornati a New York, senza pensare troppo ai vari dettagli abbiamo deciso di prenotare una giornata in studio.”

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

“Esattamente.  Si tratta proprio di una fotografia del momento che ci permette di fissare un periodo della nostra carriera, del nostro modo di suonare e di scrivere. Sicuramente è stato un bel punto di arrivo, ma adesso anche un punto di partenza. Senz’altro un’esperienza del genere ti stimola ad andare sempre avanti e alla ricerca di nuovi orizzonti.”

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

“Abbiamo deciso di chiamare l’album “A sound in Common” anche perché i nostri gusti musicali sono abbastanza vicini. Siamo tutti profondamente innamorati del “vecchio jazz”, come direbbe qualcuno, e quindi del mainstream, il bebop, l’hardbop etc - ma anche di quello nuovo! Ognuno di noi poi ha ovviamente i propri punti di riferimento ma la nostra affinità è stata sicuramente fondamentale per la riuscita di questo progetto.”

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

“Ci auguriamo sicuramente di continuare a crescere come band, a scrivere nuova musica e a divertirci sul palco. Non abbiamo particolari aspettative, sarà la musica a guidarci.”

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

“Si, abbiamo in programma qualche gigs di presentazione qui a New York e poi stiamo lavorando per un piccolo tour italiano quest’estate. Inoltre abbiamo già pensato che ci piacerebbe molto ritornare in studio per un secondo album.”

Nugara Trio in concerto al Count Basie jazz club presentano il disco Point of Convergency

SABATO 20 GENNAIO alle 21:15 Nugara Trio prosegue il Tour italiano di Nugara Trio sul prestigioso palco del Count Basie Jazz Club di Genova. Francesco Negri (piano), Viden Spassov (contrabbasso) e Francesco Parsi presenteranno la musica di "Point of Convergency", il loro debutto discografico uscito a giugno per GleAM e distribuito da IRD International Records Distribution.

 

“Atmosfere estremamente ben connesse con eleganza, gusto e che riescono a mettere in bella evidenza le personalità e la conoscenza dei molteplici linguaggi musicali di Francesco Negri, di Viden Spassov e di Francesco V. Parsi. Questo è già un Trio con la T maiuscola e con ancora ampissimi margini di crescita. Bravi!”
Dado Moroni

Francesco Negri, Viden Spassov e Francesco V. Parsi sono tre giovani musicisti provenienti da diverse città d’Italia, rispettivamente Genova, Torino e Firenze, che si conoscono ai seminari di Nuoro Jazz 2021 dove, grazie a un provvidente colpo del destino, si ritroveranno insieme perche vincitori delle annuali borse di studio come migliori studenti. E’ la nascita dei Nugara Trio, che decidono di omaggiare il luogo della loro nascita e la magia della terra sarda con un nome derivato da Nugoro, nome antico di Nuoro. 
Tre musicisti, tre animi diversi, tre spiriti che hanno incrociato il loro viaggio quasi per caso, come tre linee che dall’ignoto dell’infnito si sono intersecate in unico punto, il punto di convergenza, punto dal quale nasce la musica del Trio. Una musica di diffcile collocazione artistica e di genere, ricca, complessa, melodica: ognuno dei tre musicisti porta all’interno del disco quello che e il suo bagaglio musicale e culturale, spesso in confitto, frutto di un processo di creazione mai banale e a volte contraddittorio ma sempre in grado di raggiungere quel grado di equilibrio e di armonia che rende “Point of Convergency” un disco che vive di vita propria, e che si rinnova in ognuna delle sue 8 tracce. 
Come i vertici di un triangolo che convergono in un unico punto centrale, i tre musicisti hanno riversato nei brani alcune delle loro maggiori infuenze musicali verso le quali sono in debito; dalla musica classica e romantica, al folk e alla world music, il pop, il progressive rock e infine il jazz che, con la sua capacità di fagocitare suggestioni e restituirle con un volto nuovo, chiude il cerchio.

 

Il Tour è organizzato da Accademia Europea d'Arte "LE MUSE" e Monfrà Jazz Fest con il supporto di SIAE e Ministero della Cultura all'interno del bando #PerChiCrea.

Info e prenotazioni 
Email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Telefono: +39 345 2650347

 

Indirizzo
Vico Tana 20r

16126 – Genova (GE)

 

Ingresso 

15 € SE SEI SOCIO ARCI (hai già la tessera Arci di quest'anno)
Per i non tesserati, 30 € comprensivo di tessera Arci (durata tessera: dal 1/10/2023 al 30/09/2024)

APERTURA DEL CLUB AL PUBBLICO: h 20.45

INIZIO CONCERTO: h 21.15

Tetrad Quartet, Even Odds: “L’esplorazione è il nostro filo conduttore comune”

Pubblicato dall’etichetta Filibusta Records, Even Odds è il disco d’esordio dei Tetrad Quartet, progetto nato alla fine del 2021 dall’incontro spontaneo di quattro musicisti di diversa estrazione. Il quartetto è composto da Gianluca Manfredonia al vibrafono, Armando Iacovella alla chitarra, Alessandro Del Signore al contrabbasso e Alessandro Forte alla batteria. I brani, pur mantenendo una comune influenza derivante dalla passione per il jazz e le sue diverse declinazioni si caratterizza per un sound moderno e sfugge da qualsiasi definizione di genere. Ecco il racconto della band a Jazz Agenda.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

“Il disco, dal titolo 'Even Odds', è il frutto condiviso di circa due anni di lavoro del quartetto. Esso è costituito interamente da brani originali composti da vari membri della band. I brani del repertorio,  nonostante la loro eterogeneità in termini di scrittura e tessitura sonora, manifestano un comune filo conduttore nell'esplorazione, soprattutto ritmica, e nell'alternanza tra momenti di scrittura e momenti di improvvisazione. L'espressione 'Even Odds' va in tal caso quasi a sottendere la ricerca di un equilibro tra elementi del linguaggio musicale tra loro contrapposti (ad esempio la coesistenza di tempi pari e dispari), che riescono  a trovare una sintesi unitaria in un sound unico e ben definito.”

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

“Tetrad è nato alla fine del 2021 da una serie di incontri spontanei che hanno portato a far emergere un comune desiderio, da parte di ciascun membro, di condividere la propria personale ricerca artistico/musicale nel gruppo. Difatti, appena manifestatasi la presenza di un terreno fertile per la creazione musicale, nel giro di un solo anno di attività la band è riuscita a mettere su un repertorio complesso e ben rodato soprattutto mediante il lavoro in sala prove e l'esecuzione dal vivo. Una volta maturato il repertorio, il passo naturalmente successivo è stato quello di recarci in studio di registrazione per incidere il nostro primo disco.”

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

“Questo disco per noi rappresenta una fotografia del momento. In particolare potremmo dire che, essendo il nostro primo album, è stato vissuto da ognuno di noi con stupore e curiosità durante tutto il processo di ideazione e registrazione, non sapendo alla fine che faccia avrebbe potuto avere. Un prodotto che sicuramente si è basato sulla condivisione e la cooperazione e dove ognuno è stato parte integrante della realizzazione di questo primo scatto fotografico.”

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?   

“Riteniamo che una delle caratteristiche più interessanti del nostro progetto sia proprio nell'eterogeneità delle influenze musicali riscontrabili all'interno delle varie composizioni. Questo perchè, nonostante i brani siano stati inizialmente composti dai singoli membri del quartetto, in sede di arrangiamento ognuno ha portato la propria sensibilità musicale, costituita inevitabilmente dal proprio background di ascolti e riferimenti, all'interno della stesura definitiva dei brani. Potremmo citare tantissimi artisti che, senza dubbio, sono motivo di ispirazione costante per il nostro sound e per la nostra crescita musicale: Wolfgang Muthspiel, Brian Blade, Simon Moullier, Ari Hoenig, Kurt Rosenwinkel, Dave Holland, Steve Coleman, Ralph Towner, Paul Motian, Bill Frisell, Liberty Ellman e tanti altri.”

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

“In questo momento siamo molto concentrati sull'uscita del disco e stiamo lavorando alacremente per cercare di portarlo dal vivo nel maggior numero di contesti musicali possibili. Sicuramente i concerti che faremo ci daranno l'opportunità di sperimentare il repertorio in modi sempre diversi e stimolanti, il che ci darà anche lo spunto per pensare alla scrittura di nuove composizioni. La direzione che intraprenderemo nessuno può prevederla, e crediamo che questo non faccia altro che stimolarci nel tentare di scoprirlo strada facendo!”

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

“Proprio in questi giorni abbiamo in programma la registrazione di un live in studio presso gli Abbey Rocchi Studios di Roma, per aggiungere materiale a quello del disco e capire l’evoluzione e la maturazione del nostro sound. In programma ci sono delle date per i primi mesi del 2024, tra cui la presentazione ufficiale del disco alla Casa Del Jazz. In più stiamo chiudendo delle date per i festival estivi per il 2024, sarete aggiornati su tutto!”

My sixties in jazz è l’ultimo disco di Nicola Mingo: un percorso cominciato negli anni ‘70

Pubblicato dall’etichetta Alfa Music, My sixties in jazz il nuovo disco di Nicola Mingo che attraverso un gioco di parole rappresenta un omaggio ai 60 anni dell’autore e anche agli anni ‘60 che hanno prodotto fenomeni musicali come l’hard bop, Art Blakey and Jazz Messengers e tutte le derivazioni chitarristiche come Grant Green, Wes Montgomery, Kenny Burrell, Barney Kessel, Tal Farlow, Joe Pass, Pat Martino, George Benson. Un contributo personale, moderno e innovativo al linguaggio del bebop e al suo fraseggio, nato con Charlie Parker e Dizzie Gillespie e ulteriormente sviluppatosi in una continua evoluzione fino ad approdare alla nostra contemporaneità. Completano la band Pietro Iodice alla batteria, Pietro Ciancaglini al contrabbasso ed il giovane e talentuoso Francesco Marziani al piano. Ecco il racconto di Nicola Mingo a Jazz Agenda.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

“My Sixties in Jazz, il mio nuovo lavoro discografico uscito a Novembre 2023 per Alfa Music, rappresenta in pieno lo stato attuale della mia musica e, in particolare, come si evince dal titolo, i miei 60 anni di Jazz e il mio intero percorso musicale, iniziato molto presto, a soli 6 anni; la musica, infatti, è cresciuta insieme a me e, allo stato attuale, con 54 anni di musica sulle spalle, mi dà una forza incredibile, soprattutto perché l’ispirazione mi nasce in modo spontaneo e questa è la cosa più bella che possa accadere ad un musicista che pratica da tanti anni.

In sintesi il jazz è proprio il leit motif della mia scelta musicale e il gioco di parole “Sixties in Jazz” rappresenta in parallelo i miei sessant’anni e gli anni ‘60 del jazz, i fasti dell’hard bop di Art Blakey and Jazz Messengers, Clifford Brown, Lee Morgan, Freddie Hubbard e, chitarristicamente parlando, Wes Montgomery, Joe Pass, Barney Kessell, Tal Farlow, Kenny Burrell, Grant Green, Pat Martino, George Benson.

In questo disco ho messo un po’ tutta la mia esperienza, filtrata attraverso il mio modo di vedere il jazz, un modo personale, che, nel corso degli anni, mi ha consentito di sviluppare  una mia ‘cifra Stilistica’, seppur ispirandomi ai grandi solisti del passato con tanti riferimenti non solo chitarristici ma che prendono spunto da solisti di tromba, sassofono, pianoforte, contrabbasso, batteria e tutto quello che riguarda il linguaggio del bebop, dell’hard bop e del jazz.”

Raccontaci adesso la tua storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

La mia storia musicale parte da quando avevo solo 6 anni e prosegue ancor oggi con grande entusiasmo e determinazione. Ho iniziato molto presto a suonare nel 1970 e, dopo gli studi classici con maestri storici del conservatorio di San Pietro a Maiella (De Sanctis, Combattente, Di Sandro), è cominciata la mia carriera jazzistica; dal 1985 fino a oggi quasi 40 anni di concerti in giro per i migliori festival e jazz club d'Italia e internazionali come Umbria Jazz, Jazz e Image, Blue Note Milano, Auditorium parco della Musica, Casa del Jazz e tanti altri. Ho pubblicato 9 dischi da leader con importanti case discografiche come Beat Records, Red Records, Philology, Rai Trade, Universal Music Emarcy Jazz e Alfa Music, la mia attuale casa discografica, e 10 da sideman, più svariate compilation e un Dvd didattico sullo stile di Wes Montgomery pubblicato da Carish e dedicato allo stile chitarristico del mio più grande ispiratore musicale.

Questo progetto nasce con la volontà di fare un po’ il punto della situazione sulla mia ispirazione musicale maturata e ulteriormente sviluppatasi nei tre anni di pandemia, in cui  ho composto otto brani originali: BOPPING (Boppando in 32 Bars forma tipica dell’Hard Bop); FLYING che nella struttura prende spunto da Woody’n you di Dizzy Gillespie e Oblivion di Bud Powell ma ha una forte connotazione melodica soprattutto nel Bridge ed è una struttura più complessa con AABA di (12 12 16 12 ); BACHIAN BLUES un omaggio al Sommo John Sebastian Bach in blues perché ritengo ci sia un fortissimo legame tra il fraseggio di Bach (quello del Clavicembalo ben temperato per intenderci) e quello  di Charlie Parker soprattutto nei Minor Blues; D MODERN BLUES, un omaggio a Wes Montgomery parafrasando il suo D NATURAL BLUES su The Incredible Jazz Guitar; DOG SONG dedicato al mio cane in chiaro stile bebop con un tema che in concerto eseguo in guitar- scat vocal; L’ALBA DALLA NOTTE è un brano molto melodico che ho scritto nel ‘91 ma perfettamente coerente con tutto il progetto; NEAPOLITAN BLUES rappresenta il connubio tra la melodia napoletana ed il ritmo del blues (come già aveva fatto il mitico Pino Daniele) in una  forma, però, molto hard bop e dal sound tipicamente Blue Note; MY GUITAR SOLO un brano polifonico dove si intrecciano le tre voci di canto, basso e armonia nello stile chitarristico di Joe Pass, producendo un effetto di tipo orchestrale. Accanto a i miei brani originali ho inserito quattro standard che sono degli omaggi a grandi solisti del bop e dell’hard bop. Tra questi ci sono Two of a Kind di Terence Blanchard con un tema fantastico, vero e proprio manifesto di Art Blakey e dei Jazz Messengers nelle ultime performance di Art Blakey; One by One, capolavoro di Wayne Shorter in un arrangiamento più personale e chitarristico; Confirmation, uno dei brani più rappresentativi dell’opera di Charlie Parker in una rivisitazione moderna; This Masquerade, scritto da George Russell e portato al successo da George Benson, riarrangiato in una versione più personale.

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

“Devo dire che sono fiero di aver realizzato questo progetto con tre grandissimi musicisti e amici come Pietro Ciancaglini al contrabbasso (a mio parere uno dei migliori contrabbassisti al mondo), Francesco Marziani (un gran talento, non solo per il Jazz ma per tutta la musica) al piano e Pietro Iodice (una macchina del ritmo di una precisione svizzera, un metronomo vivente) alla batteria. Sono anche fiero di aver magnificamente registrato tutto il lavoro discografico in soli due giorni negli studi di AlfaMusic di Alessandro Guardia e Fabrizio Salvatore, rispettivamente ingegnere del suono e produttore dell'Alfa Music, la mia casa discografica, una delle più attente al Jazz Italiano; devo ringraziare l’Alfa Music per la perfetta riuscita del disco curato minuziosamente in ogni particolare con copertina e booklet realizzati dalla grafica Nerina Fernandez con foto di Riccardo Romagnoli e cd masterizzato da Alessandro Guardia, e Anita Pusceddu e Monika Pietruszewska per la promozione ed Eugenio Rubei dell’Alexanderplatz per la realizzazione di teaser e foto e soprattutto il musicologo Maurizio Franco per le sue preziose liner notes. Partendo da questi presupposti così forti e solidi, abbiamo già ricevuto grandi consensi di critica e pubblico durante i concerti di presentazione del progetto avvenuti alla Casa del Jazz di Roma, alla Mondadori di Napoli e alla Ztl di Napoli ed a radio Vaticana nella trasmissione L’arpeggio di Luigi Picardi. Sicuramente questo rappresenta un punto di partenza per portare in giro, soprattutto nei clubs e nei jazz festivals, il progetto “My Sixties in Jazz.”

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

“Tantissimi artisti. Se partiamo dal concetto che per suonare Jazz ed in particolare Bebop devi metabolizzare un linguaggio e un fraseggio per poi rielaborarlo e creare il tuo stile, allora mi vengono sicuramente in mente i nomi di Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Clifford Brown, Horace Silver, Lee Morgan, Freddie Hubbard, Cannonbal Adderly, Art Blakey, Oscar Peterson. Questi sono solo alcuni nomi ma la lista di quelli che ascolto ancor oggi e da cui traggo ispirazione per il mio fraseggio è infinita; essendo chitarrista però ti posso dire che molto devo a Wes Montgomery, George Benson, Pat Martini e Joe Pass.”

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

“Stiamo procedendo in modo concreto nella promozione di “My Sixties in Jazz” ed abbiamo già avuto recensioni entusiastiche da riviste ufficiali come Guitar Club, Jazzit e web magazine, come Doppio Jazz eccetera, e cerchiamo di fare una promozione che abbia un certo valore dal punto di vista qualitativo (Casa Del Jazz Roma, Ztl Napoli) suonando nei contesti dove ci sono gli addetti ai lavori, gli appassionati e dove ci sia un feedback di quello che facciamo e di cui restano testimonianze sui social, dove sono molto presente, come youtube, facebook, instagram e quant’altro. My Sixties in Jazz è uscito a novembre 2023 e quindi è un prodotto nuovo e freschissimo col quale mi auguro di fare tanti concerti e  presentarlo nei migliori festival Jazz Italiani e internazionali con questa super band: Nicola Mingo 4et (Mingo-Ciancaglini- Marziani- Iodice).”

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: hai qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

“Sì, quello che mi auguro è di far ascoltare il nostro progetto, non solo agli addetti ai lavori, già di per sé ferrati nel jazz, ma soprattutto al pubblico, perché credo sia importante arrivare alla gente per comunicare  e far sentire il proprio messaggio musicale attraverso l’opera che rappresenta in pieno l'artista ed è ciò che resterà nel tempo. Ringrazio Carlo Cammarella e Jazz Agenda per questa intervista e vi aspetto tutti ai prossimi Live con “My Sixties in Jazz” e come sempre All the Best!!!”

 

Dario Piccioni racconta il suo ‘Hortus del Rio’: un disco ricco di contaminazioni

Pubblicato dall’etichetta Filibusta Records, Hortus del Rio è il terzo disco da leader del bassista e contrabbassista Dario Piccioni. Un lavoro in cui il jazz contemporaneo incontra la tradizione in un viaggio interiore dove groove e ritmi più energici si sposano con melodie dirette e suoni provenienti da altre culture. Completano la band Vittorio Solimene al pianoforte e al fender rhodes, Michele Santoleri alla batteria ai quali si aggiungono in quattro brani Antonello Sorrentino alla tromba e in un brano e Veronica Marini alla voce. Ecco il racconto di Dario Piccioni.

Per cominciare l'intervista parliamo subito di questo disco, ricco di contaminazioni. Vuoi descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

"Il disco senza dubbio è ricco di contaminazioni. Anche nei primi due album avevo lavorato in questa direzione, accostando al sound di matrice jazzistica delle idee frutto di esperienze di viaggi di studio e di concerti in Spagna, Turchia, Grecia, dove mi ero approcciato, ad esempio, alle musiche gitane e a quelle di repertorio per oud, saz e bouzuki. Non si trattava di un' accurata ricerca etnomusicologica, bensì di suggestioni personali frutto di una passione viscerale per quei suoni e armonie. Ho voluto continuare questo lavoro sulle contaminazioni in questo terzo disco, continuando a fare ricerca sulle possibilità di sviluppare un linguaggio personale di jazz contemporaneo, questa volta facendo leva sulla mia passione per la musica brasiliana. Tra il 2013 e il 2017 a Roma ho avuto la fortuna di conoscere e di suonare con diversi musicisti che provenivano da varie città del Brasile (tra i tanti cito il chitarrista di Rio De Janeiro Robertinho De Paula, figlio del grande Irio De Paula) in seguito, ascoltando dischi di Hermeto Pascoal, Egberto Gismonti, Joao Donato, Maria Joao, Flora Purim, Azimuth, Airto Moreira, Filo Machado, ho potuto apprezzare un certo filone della musica brasiliana, anch'esso a sua volta contaminato, legato al jazz, alla fusion, alla world music.

Anche la frequentazione di importanti musicisti ed esperti italiani, che da tempo si interessavano all'universo brasiliano è stato decisivo; cito ad esempio il conduttore radiofonico Max De Tomassi, con il suo programma "Brazil" di Radio Rai 1, dove ho avuto, tra l'altro, il piacere di suonare con varie formazioni; Eddy Palermo, grande chitarrista con cui ho avuto la possibilità di approfondire i classici dello choro, della bossa nova, del samba jazz come, Pixinguinha, Jobim, Menescal, Sergio Mendez e molti altri. L'idea di partenza di "Hortus del Rio" è stata cercare di sviluppare un suono di jazz contemporaneo innestando richiami, ritmici, timbrici, melodici tratti dal mio stato attuale di ascolti ed esperienze nell' "Universo Brasile"; lascio a chi vorrà ascoltare il disco scoprire questi richiami nelle singole tracce."

Hortus del Rio il titolo di questo disco ha un significato particolare per te?

"Il titolo di questo disco Hortus del Rio è l'unione tra una parola latina ed un'altra portoghese. Volevo rappresentare l'idea alla base di questo lavoro cioè l'unione tra la musica brasiliana e la mia esperienza del suonare jazz a Roma. Con "Hortus", "giardino" in latino, mi riferisco a una zona verde in cui ho vissuto l'infanzia, nella zona sud-ovest di Roma, molto vicina al Tevere, il "rio".”

Raccontaci adesso il percorso di questo disco: come è nata la band e come si è evoluta nel tempo?

“Vittorio Solimene è sempre stato presente nei miei progetti da bandleader, con la sua conoscenza della tradizione jazz pianistica e la sua apertura a nuove sperimentazioni. Con Michele Santoleri, ci siamo conosciuti a Piacenza al concorso nazionale per gruppi jazz "Chicco Bettinardi"; qualche mese dopo lo contattai perché il batterista con cui suonavo prima si era trasferito a Londra. Da quel momento è entrato a far parte stabilmente nel trio. Nelle precedenti produzioni, come in questa, ho lavorato con il trio ma inserendo dei guest: il grande sassofonista Eugenio Colombo nel primo disco al sax soprano, Daniele Di Pentima alle tabla. Poi a Veronica Marini alla voce ed il trombettista Antonello Sorrentino, entrambi presenti anche in questo disco.”

Un disco per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per te cosa rappresenta?

“Il disco rappresenta un periodo in cui ho accettato di rimanere a Roma, un momento di stasi, in cui purtroppo si sono dovuti interrompere i progetti di viaggi, trasferimenti, residenze artistiche. Hortus del Rio rappresenta una visione personale di Roma e del mio quartiere, che ho voluto stravolgere in un caleidoscopico affresco sonoro. Ho ripensato luoghi in cui coesistono memorie di infanzia in uno scenario utopico di fusione culturale.”

Volendo parlare dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

“Hermeto Pascoal, Egberto Gismonti, e Maria Joao, cantante e compositrice portoghese. Fuori dal Brasile attualmente sto ripercorrendo il lavoro di Tom Harrell, Chick Corea, Dave Holland, e il loro stile compositivo.”

Essendo un disco ricco di contaminazioni le evoluzioni future possono essere infinite. Hai in mente già delle nuove idee, da mettere in cantiere?

“Continuerò senza dubbio in questa direzione con il mio nuovo lavoro già in cantiere, che andrò a sviluppare durante la mia residenza artistica presso l'istituto italiano di cultura di Città del Messico, ad aprile 2024.”

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: hai qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

"Di ritorno da una tournée in Cina (da dove scrivo ora) e da una serie di concerti in Francia a febbraio, il 22 marzo sarò al Bourbon Street a Napoli. Di prossima pubblicazione un nuovo lavoro in collaborazione con due grandi della scena romana, il flautista e sassofonista Paolo Innarella ed il batterista Lucrezio de Seta, un disco pianoless incentrato principalmente sull'improvvisazione, con alcune mie composizioni.

Il sogno alternativo di Diego Bettazzi: ‘Esperienze di vita e sensazioni tradotte in musica’

Pubblicato dall’etichetta WOW Records, Alternate Dream è il disco d’esordio del sassofonista e compositore Diego Bettazzi alla testa di un quartetto completato da Lewis Saccocci al piano e fender rhodes, Alessandro Bintzios al contrabbasso e Cesare Mangiocavallo. Un lavoro dal grande senso melodico che rispetta il linguaggio della tradizione e allo stesso tempo si distingue per un sound moderno e composizioni fuori dagli schemi. Il quartetto è nato nel 2022, punto di partenza che ha portato alla creazione di un concept album dal grande lirismo dove passato e presente si incontrano. Ecco il racconto del leader della band a Jazz Agenda.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: vi va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

“Certamente! Attraverso i brani che compongono la suite (ultimamente mi piace chiamare in questo modo Alternate Dream) raccontiamo un sogno. Spesso quando sogniamo non viviamo storie di senso compiuto e passiamo da un luogo ad un altro senza capirci molto. Attraverso i brani, dunque, viene raccontata questa storia particolare: dopo un viaggio in cammello ci si ritrova in una cittadina surreale dove i punti di interesse sono le mie esperienze di vita e le mie sensazioni che vengono tradotte in musica.”

Raccontateci adesso la vostra storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

“Diciamo che il progetto era in cantiere da un po’. Il primo brano è stato scritto nel 2020, l’ultimo qualche giorno prima di andare in studio (Foosball Arena). Quando ho cominciato a scrivere questo album non avevo bene le idee chiare del prodotto finale, ho pensato solamente a raccontare una storia legata alle mie esperienze e alle mie emozioni e al fatto che i brani avrebbero dovuto avere un sound che facesse da filo conduttore. La cosa simpatica è che prima del titolo definitivo i brani hanno cambiato nome più di una volta, c’è sempre stato il sogno di mezzo ma non trovavo la quadra! Poi, dopo aver scritto Foosball arena tutto è diventato tutto più chiaro (all’inizio si chiamava biliardino blues), anche s qualche brano lo chiamiamo ancora col vecchio titolo. Poi una volta scritti i brani ho chiamato Lewis Saccocci per vedere cosa ne pensasse e gli sono piaciuti e dopo il suo prezioso confronto, ho dato vita al quartetto aggiungendo Alessandro Bintzios e Cesare Mangiocavallo. Il loro contributo è stato enorme!”

Un disco per una band o per un artista può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza: per voi cosa rappresenta?

“Sono folle se rispondo all in? Un punto di arrivo perché alla fine un disco è quasi sempre la fine di un percorso di ricerca, un punto di partenza perché è il disco di esordio del Diego Bettazzi Quartet. Non è un caso che l’ultimo brano si intitola Hope’s House, la casa della Sig.ra Speranza che volge lo sguardo con speranza verso il futuro. È poi una fotografia del presente perché attraverso il linguaggio dell’improvvisazione esprimiamo e raccontiamo quello che sta accadendo in quell’istante, anche se stiamo raccontando cose passate o cerchiamo di augurarci un piacevole futuro: almeno in Alternate Dream è così.”

Se parliamo dei vostri riferimenti musicali cosa vi viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per voi sono stati davvero importanti?

“Ce ne sono tanti da Coltrane a Shorter, Kenny Garret, Miles Davis, Dick Oatts  e Ornette Coleman tra i sassofonisti. Poi, almeno per me, i grandi delle Big Band: Count Basie, Duke Ellington, Thad Jones, Gill Evans.”

Come vedete il vostro progetto nel futuro? In sintesi quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla vostra musica?

“In realtà on lo so! Spero intanto che questo progetto abbia la possibilità di girare. In futuro credo che si evolverà in qualcosa di completamente diverso.”

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: avete qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Come dicevo prima, adesso vorrei pensare a far girare Alternate Dream il più possibile. Lo presenteremo alla Casa del Jazz di Roma Sabato 3 febbraio 2024, siamo a lavoro per altre date e sarebbe bello riuscire a fare un mini tour.

Cosimo Boni racconta il disco d’esordio May be - Unable to return

Pubblicato dall’etichetta spagnola Fresh Sound New Talent, May be - Unable to return il primo album da leader del trombettista Cosimo Boni alla guida di un quintetto composto da Daniele Germani al sax alto, Isaac Wilson al pianoforte, Mats Sandahl al contrabbasso e Jongkuk Kim alla batteria e percussioni. Un disco pensato interamente a Boston, durante le innumerevoli gig al Wally’s Jazz Cafè a cui Boni partecipava durante gli anni al Berklee College of Music. Ecco il racconto di Boni a Jazz Agenda.

Per cominciare l'intervista parliamo subito del disco: ti va di descriverlo brevemente ai lettori di Jazz Agenda?

Questo disco è il mio primo disco da leader. L’ho registrato con il mio quintetto. Il quintetto suona insieme da alcuni anni e ne fanno parte Jongkuk Kim alla batteria, Mats Sandahl al basso, Isaac Wilson al piano e Daniele Germani al sassofono contralto. La musica del disco rappresenta le molte sfumature sonore che abbiamo avuto modo di esplorare dal vivo nel corso degli anni. Nonostante la formazione classica del quintetto jazz abbiamo sempre cercato di espandere la nostra tavolozza di colori attraverso l’interplay e creando delle “band nella band.” Quindi ci sono momenti di solo, duo, trio, quartetto etc. Le composizioni fungono da trampolino e non da limite per i momenti di improvvisazione e creazione collettiva.

Raccontaci adesso la tua storia: come è nato questo progetto e come si è evoluto nel tempo?

Il progetto è nato a Boston, dove risiedevamo tutti e cinque per motivi di studio. Io avevo una data fissa con cadenza settimanale al Wally’s Jazz Café ed ho quindi iniziato a creare gruppi diversi ogni settimana per sperimentare nuova musica. Quando finalmente ho chiamato questi quattro musicisti, l’intesa è stata istantanea e ho capito che grazie a loro avrei potuto creare una band libera di spaziare e sperimentare repertori diversi. Molte sere abbiamo improvvisato per tutto il concerto creando temi e pezzi sul momento. Questo mi ha quindi ispirato a comporre appositamente per questa formazione cercando sempre di mantenere un equilibrio fra composizione e composizione scritta che ci permettesse di essere liberi e focalizzati sull’ascolto reciproco.

Per una band o per un artista, un disco può sintetizzare diverse cose: una fotografia del momento, un punto di arrivo o di partenza. Per te cosa rappresenta?

Onestamente non credo molto nei punti di arrivo o fine e neanche di partenza. Quindi anche questo disco l’ho vissuto come un passaggio. Un momento unico che fa parte delle nostre esperienze. Rispetto ad una fotografia però credo che un disco abbia la capacità di cambiare nel tempo. Riascoltando dischi del passato che amo mi emozionano ogni volta in modo diverso e spesso scopro nuove sfumature che prima non avevo notato. Spero che questo disco possa essere sempre vivo come lo sono i dischi che amo per me.

Se parliamo dei tuoi riferimenti musicali cosa ti viene in mente? Ci sono degli artisti, noti o anche meno noti, che per te sono stati davvero importanti?

Fare una lista sarebbe veramente lunga perché sono stato molto fortunato di aver ascoltato o aver studiato o di aver collaborato con tanti musicisti e persone fantastiche. Mi sento di dire che Daniele, Jongkuk, Isaac e Mats sono veramente delle grandi fonti d’ispirazione per me. Poi ci sono stati molti musicisti con cui ho avuto l’onore di studiare che mi hanno influenzato tantissimo, fra tutti mi sento di citare Joe Lovano, Darren Barrett, Danilo Perez, John Patitucci, Jason Palmer e Franco Baggiani. Tutti questi musicisti vivono la musica in tutt’uno con la vita e ognuno a suo modo mi ha mostrato come la propria umanità influenza la musica e viceversa.

Come vedi il tuo progetto nel futuro? In sintesi, quali potrebbero essere le evoluzioni legate alla tua musica?

Cerco di non pensare troppo al futuro ma di viverlo. Così come questo disco è nato in maniera molto naturale dopo una lunga serie di esperienze credo che l’esperienza quotidiana vissuta a pieno possa influenzare e guidare le scelte future. Credo che questo progetto abbia le potenzialità per durare nel tempo sfruttando che ognuno di noi è in un processo di crescita continua.

Chiudiamo con un ulteriore sguardo al futuro: hai qualche concerto in cantiere o qualche nuova registrazione da portare avanti?

Adesso sono molto fortunato nell’essere coinvolto nella registrazione di alcuni progetti di musicisti italiani veramente interessanti che usciranno nel 2024. Sempre nel 2024 speriamo di portare la musica di questo disco dal vivo in Italia ed in Europa, Vedremo poi se durante queste date potremmo creare del nuovo materiale da portare in studio e registrare un nuovo disco del quintetto.

 

 

 

Art Pepper: sul filo dell'alta tensione, intervista all'autore Francesco Cataldo Verrina

Pubblicato dalla casa editrice Kriterius edizioni, Art Pepper: sul filo dell'alta tensione è un libro del giornalista e critico musicale Francesco Cataldo Verrina. Si tratta del primo libro in italiano che racconta la storia del contraltista di Gardena, figura spesso accantonata e per certi versi incompresa. Attraverso le pagine del libro esce fuori un personaggio controverso raccontato attraverso la sua produzione discografica e una vita passata tra concerti, carcere ed eccessi. Ecco cosa l’autore ha raccontato a Jazz Agenda riguardo questo nuovo libro.

Personaggio controverso ma allo stesso tempo talento indiscusso. Cosa ti ha colpito maggiormente della figura di Art Pepper?

“Premetto che essendo io molto afro-centrico non sono mai stato interessato, a livello di studio e di indagine, a quei jazzisti americani bianchi indirizzati verso forme di musica cameristica, sbiancata o riadattata altri contesti. Per contro, Art Pepper, personaggio a lungo frainteso e mal collocato nell'ambito di una nicchia di intrattenitori a sangue freddo o come espressione tipica del West Coast Jazz, fu uno dei primi contraltisti bianchi ad entrare nella mia sfera d'interesse per la sua innata e genetica blackness, di cui si tratta molto nel libro e su cui si forniscono dettagliate spiegazioni. Ovviamente sono stato colpito dal suo personaggio in tutta la sua complessità, tant'è vero che questo è l'unico libro in lingua italiana esistente sul mercato, scritto da un autore italiano.”

Questo libro ripercorre la biografia attraverso la produzione discografica. Ci vuoi spiegare come hai deciso di strutturare quest'opera?

“Più che biografia, parlerei di monografia: gli aspetti biografici sono di puro contorno e limitati all'essenziale. Sono gli aspetti ambientali che ruotano intorno ai dischi che in genere determinano il plot narrativo dei miei libri. I dischi vengono raccontati come se fossero i capitoli e la parte strutturale di un romanzo. A mio avviso, uno delle disfunzioni comunicazionali più ricorrenti in cui s'imbattono alcuni storici o scrittori a vario titolo - che porta ad una conoscenza del jazz, talvolta superficiale - è  quello di trascurare la discografia o lasciarla come elemento di contorno, rispetto magari al fatto che il personaggio in oggetto fosse un ubriacone, che tardiva la moglie, si drogava, o che non si cambiava la biancheria intima, etc. Purtroppo su molti musicisti jazz esistono libri che sono più una raccolta di gossip che non un'analisi della loro opera musicale.”

D. Un libro che in base a quello che abbiamo appreso è stato scritto a più riprese. Ci vuoi raccontare come hai lavorato alla sua realizzazione?

“La mia tecnica di stesura è sempre la stessa. Ho una specie di «archivio», un contenitore di appunti accumulato in quasi quarant'anni di frequentazione della discografia e degli ambienti musicali, non solo jazz: recensioni, programmi radiofonici, uffici stampa, organizzazione eventi, interviste, ritagli di giornali, brevi impressioni legate ai concerti che ho visto, una collezione di oltre settemila vinili e migliaia di CD, che mi permettono di cogliere quasi in maniera viva e diretta l'essenza di chi suona (ha suonato) in quel dato documento sonoro, senza dover ricorre a surrogati digitali. Ti faccio un esempio: se mentre scrivi un libro su Art Pepper hai davanti a te circa quarantadue vinili e diversi CD, quasi tutta la sua discografia, diventa molto più facile scrivere e raccontare: tutto scorre. Per soddisfare la tua curiosità, ma lo scrivo anche nel libro, ci sono alcuni avvenimenti che risalgono alla seconda metà degli anni Ottanta, durante un'affollata e accaldata Umbria Jazz. In quei giorni di luglio, ci furono una serie di coincidenze che mi legano indirettamente ad Art Pepper: è come se avessi conosciuto una parte di lui.”

A livello di stile e innovazione, secondo te Art Pepper che tipo di eredità ha lasciato?

“Art Pepper non è stato un innovatore, ma un continuatore. Come tutti i contraltisti fece sua l'esperienza parkeriana, riuscendo ad andare oltre, già nella prima parte della sua carriera, costruendo un linguaggio tutto suo attraverso una rimodulazione del bop, che raggiungerà livelli di espressione altissimi soprattutto nella parte terminale della sua vita, dopo una lunga interruzione carceraria legata al consumo e allo spaccio di stupefacenti. In quasi quindici anni di detenzione e riabilitazione Pepper non smise mai di suonare, studiare e migliorarsi, soprattutto il suo nuovo punto di riferimento divenne John Coltrane, ed è qui che il suo sound diventa una cosa altra, fugando completamente ogni residuo di jazz californiano. Dopo la metà degli anni Settanta, Pepper chiuse il percorso evolutivo arrivando al climax della «negritudine» a cui aveva sempre agognato per tutta la vita. Iniziato nel 1957 con l'avvicinamento all'hard bop di marca newyorkese proposto in «Meets The Rhythm Section» (disco realizzato insieme alla sezione ritmica di Miles Davis), il raggiungimento della blackness culminerà nel 1976 con le serate al Vanguard Spalmate su quattro album, «The Complete Village Vanguard Sessions», che può essere considerata la sua massima opera discografica. Le parole di Pepper in proposito furono molto eloquenti: «Se riesco a resistere fino a 65 anni, non c'è dubbio che sarò io il nuovo punto di riferimento. Sarà la prima volta che un bianco diventa l'ispiratore di tutto il mondo del jazz». Purtroppo Pepper morì a soli cinquantasette anni nel 1982.”

Una figura importante ma in Italia forse meno nota, come del resto tutta la scena anni '50 della California. Perché la decisione di occuparsi di questa biografia?

“Come ho spiegato, l'equivoco è proprio quello di considerarlo come un'emanazione del jazz californiano: a parte suonare all'inizio con musicisti locali, anche per ovvie ragioni pratiche, Pepper è sempre stato una sorta di nero-bianco (sangue italiano e irlandese), figura inquieta vissuta in maniera randagia in mezzo agli afro-americani e agli ispanici, cresciuta musicalmente sulla Central Avenue, dove suonava e faceva jam session sempre con  musicisti di colore, di cui tornando a casa, davanti allo specchio, cercava di imitarne lo slang e gli atteggiamenti. Il suo primo vero maestro fu Benny Carter: nella sua musica c'è sempre stata - e si coglie già nei primi lavori - la rabbia e l'inquietudine dei quartieri malfamati, più simile al suono passionale e sanguinolento di Harlem che non al languore distaccato e vacanziero del Pacifico. Pepper non è mai stato il fratellino povero di Chet Baker, forse solo il fratello meno fortunato. E molti appassionati di jazz non sanno ciò che si perdono.”

D. Quali sono gli aspetti più rilevanti di Art Pepper, sia da un punto di vista umano che musicale, che vengono sottolineati nelle pagine di quest'opera?

“Personalmente considero Art Pepper come il più grande altoista bianco di tutti i tempi, uno dei pochi, insieme a Jackie McLean, ad ever trovato una sua voce ed un suo timbro su questo strumento, staccandosi subito dal modulo imposto da Bird. L'errore di una certa critica fu inizialmente quello di non voler uscire da questa zona comfort e valutare l'idea di un contraltista che si sforzava di liberarsi dalle catene del parkerismo. Fu molto più facile liquidare la pratica, parlando di jazz della West Coast. In quanto all'umanità di Art Pepper credo che emerga più dalla sua musica che non dalla sua esistenza vissuta sul «filo dell'alta tensione», come recita il sottotitolo del mio libro, in cui esistono molti punti oscuri e contrastanti che non possono certamente, per verità storica, essere elevati a modello di vita ideale.”

Diorama: il monumento sonoro di Gaslini e Gottardo in un doppio album

Il 23 novembre 2023 è una data che tutti gli amanti del jazz dovrebbero segnare sul calendario, poiché segna il ritorno di una vera e propria gemma musicale: DIORAMA in uscita per Musica Presente Records, l’etichetta discografica diretta dal celebre musicologo Renzo Cresti. Questo misterioso album, frutto della collaborazione tra il leggendario Giorgio Gaslini e il pianista/arrangiatore Arduino Gottardo, è destinato a lasciare un'impronta indelebile nella storia della musica italiana e non solo.

Giorgio Gaslini (1929-2014), considerato il padre del jazz italiano moderno, ha plasmato un percorso musicale unico fin da giovane. Crescendo con l'influenza del suo padre, l'africanista Mario Gaslini, ha sviluppato un profondo interesse per la cultura africana. Parallelamente, ha studiato pianoforte al Conservatorio di Milano e si è immerso nel jazz americano, creando una musica che abbraccia influenze da tutto il mondo. Nel 1957, ha composto la prima opera dodecafonica nel contesto del jazz, "Tempo e relazione", dimostrando una visione artistica innovativa. Inoltre, è stato il primo a introdurre il jazz nell'ambiente accademico, insegnando presso l'Accademia di Santa Cecilia di Roma a partire dal 1972.

Ascolta il disco: https://open.spotify.com/album/4EXH7Gj60VUnYSsTS5nAx7?si=pQksfNjgQueEb1YpzVPbyQ

La sua carriera è stata eclettica, spaziando dall'opera lirica alle colonne sonore e registrando oltre cento CD con i più prestigiosi musicisti internazionali. Ha entusiasmato il pubblico in oltre 4000 concerti in tutto il mondo. Adesso, grazie a Musica Presente Records, possiamo scoprire un inedito di questo grande artista.

Diorama è un album straordinario che risale al 1978 e presenta una serie di composizioni straordinarie. La sua sottotitolazione, "Monumento alla civiltà, al progresso, alle scienze, alla tecnica, alla cultura e all'uomo", rivela l'ambizione e la profondità di questa opera.

Questo materiale sonoro storico è particolarmente rilevante, poiché rientra nel progetto di "musica totale" che Giorgio Gaslini aveva teorizzato fin dagli anni '60 e che ha presentato nel suo libro del 1975, "Musica totale". Questo concetto rappresenta la fusione di musica, drammaturgia, coreutica, poesia e arti figurative in una perfetta sintesi artistica. È un diorama in musica, una scenografia in piccolo che raccoglie elementi artistici diversi.

Il progetto Diorama fu portato in teatro dal regista Ezio Maria Caserta, nel 1978, grazie al suo testo drammaturgico omonimo. Gaslini si ispirò a questo testo per comporre i temi musicali, che, sebbene nati in relazione alla drammaturgia, si svilupparono in maniera indipendente. La performance è una fusione unica di arti visive e sonore, con un’enfasi particolare sulle arti circensi e un complesso scenario costruttivista.

Il lavoro è eclettico e compatto, con momenti di jazz, musica sperimentale, musica elettronica e musica classica. Tutti i temi sono originali di Giorgio Gaslini, con gli arrangiamenti di Arduino Gottardo.

I musicisti coinvolti nell’ensemble sono a dir poco straordinari: Arduino Gottardo al pianoforte ed all'elaborazione elettronica, Dario Vassallo alle percussioni, Francesco Casale alla batteria, Tarcisio Marani al contrabbasso, e uno straordinario Gianluigi Trovesi ai sax e ai clarinetti. Le registrazioni si svolsero presso la B&B Record di Verona, con il tecnico del suono Claudio Zigna.

Musica Presente Records ha non solo deciso di pubblicare questo straordinario inedito come testimonianza storica, ma anche per il suo valore intrinseco come lavoro di altissima qualità artistica e musicale.

La copertina dell'album è stata realizzata dall'artista Mario Coppola, che ha contribuito a dare una veste visuale all'opera, rendendola un'esperienza multisensoriale completa.

Diorama è un monumento sonoro che unisce passato e presente, arte e cultura, creando un'esperienza musicale straordinaria che va oltre il tempo e lo spazio. Non perdete l'opportunità di immergervi in questa meravigliosa scoperta il 23 Novembre.

Il doppio album Diorama è disponibile su Spotify e tutte le piattaforme di musica digitale del mondo.

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